(qui la versione integrale della mia riflessione su Linkedin)
Durante gli ultimi mesi mi sono dedicata a molti progetti, collaborazioni e impegni che hanno richiesto tempo, attenzione, energia.
Sono stati momenti intensi, ricchi, in cui ho imparato molto e ampliato il mio sguardo.
Ma ho anche tirato molto la corda, preteso tanto, e non sempre mi sono data il giusto tempo per metabolizzare i forti cambiamenti che, in parte, io stessa generavo e, in parte, dall’esterno mi investivano.
Eppure, ogni volta che tornavo a sedermi in uno spazio di coaching o in uno di supervisione, tornavo a riconnettermi con il mio sé autentico, a riappropriarmi della mia direzione, a prendermi cura di me…
E a ricordare che è lì che sto davvero bene.
E’ lì che mi sento centrata, presente.
Mi sento a casa.
Il coaching, per me, non è solo un mestiere. È uno spazio di autenticità e connessione.
Un modo di esserci. Un modo di ascoltare.
È l’incontro tra fiducia, domande, silenzi pieni e piccoli spostamenti che fanno la differenza.
E forse è qualcosa che succede a molti di noi:
ci impegniamo in mille cose, facciamo spazio a tanti aspetti della vita o del lavoro — e poi, a un certo punto, sentiamo il bisogno di tornare a quello che ci fa bene, a quello che ci rappresenta, a quello che ci ricorda chi siamo.
Adesso che sono scesa dalla giostra, frenetica e adrenalinica come poche, raccolgo la sfida: per rimettere a posto priorità e valori, per dare i significati giusti e tornare a fare quello per cui mi sento chiamata, e intanto, mentre recupero ritmi, spazi e relazioni importanti, rileggo questi mesi rimettendo a posto le mie priorità.
E lo faccio ricordando a me stessa che a volte meno è meglio,
che a volte le difficoltà servono a riportarci alla base.
E che non tutte le strade che ci si aprono davanti possono essere percorse se hai una direzione precisa da inseguire; ma se decidi di percorrerle comunque, beh, allora almeno ricordati di dare un senso anche a ciò che di negativo capita.
Perché il senso siamo noi a darlo. E tutto può avere un senso. Si tratta di allenare la nostra pratica riflessiva anche negli eventi che viviamo quotidianamente, e non solo in sessione (il ciclo di Gibbs funziona alla grande anche nella vita!).
Se guardo a questo periodo difficile, a come l’ho vissuto, a quante emozioni mi ha fatto provare nel bene e nel male, ne tiro fuori risultati e fallimenti, cosa ho ottenuto e a quale prezzo, cosa è andato bene e cosa è andato male. Infine, cerco di dare un senso, caricare di significato utile questi eventi perché possano dare al mio presente e al mio possibile futuro ulteriore linfa, consapevolezze e strategie.
Termino questa riflessione ricordando che questo difficile periodo si chiude con la scomparsa di una persona cara che ho stimato molto, un leader, un capo, una guida professionale, un padre umanamente insostituibile: il mio ex dirigente, il Maestro e Professore S. C., malato da tempo, ma con cui non ho mai trovato il tempo di andare a fare un’ultima chiacchierata.
Questa persona non tornerà più, né nella vita né sul lavoro. E questo è lo schiaffo più forte che mi porto.
Perché ciò che non fai oggi, non è detto potrai più farlo domani.
Ciò che vivi oggi è incorniciato con significati e bias che discendono da cosa hai vissuto fino a ieri. E resistere ad un passato che finisce non ha alcuna utilità.
Anzi, ciò che ti manca oggi è ciò che fino a ieri non riconoscevi per il suo giusto valore.
E allora, mi impegno a guardare al domani per dare senso e valore alle cose presenti, finché mi sono donate. Per dare senso e valore alle persone che ho accanto, finché sono presenti oggi. Per dare senso e valore alle scelte che farò in relazione ai miei valori autentici e alle mie direzioni di vita, personali e professionali.
E ringrazio l’universo per gli schiaffi e per i doni, e per le occasioni colte e mancate.
Arrivederci Preside, e grazie di nuovo: mi è stato d’aiuto anche nella sua nuova Alba di vita.



